17) Dostoevskij. Slavofilismo e populismo.
Nella polemica con la cultura occidentale Dostoevskij le
contrappone, idealizzandoli, il popolo russo e la tradizione
ortodossa.
F. M. Dostoevskij, Diario di uno scrittore.

 Io affermo che il nostro popolo ha avuto una cultura gi da
molto, prendendo nella sua essenza stessa Cristo e la Sua
dottrina. Mi si dir che esso non conosce la dottrina di Cristo e
non gliela predicano, ma l'obiezione  infondata: esso sa tutto,
tutto ci che appunto gli occorre sapere, anche se non sia in
grado di sostenere un esame di catechismo. Ha imparato nelle
chiese, dove per secoli ha sentito preghiere ed inni, che sono
migliori delle prediche. Ha ripetuto e cantato egli stesso queste
preghiere nelle foreste, salvandosi dai suoi nemici e durante
l'invasione di Batyj forse cant: "Signore della forza sii con
noi!" e proprio allora forse impar questo inno, perch allora
oltre a Cristo non gli restava nulla e in esso, in questo inno, 
gi tutta la verit di Cristo. E che c' di grave nel fatto che al
popolo tengono poche prediche e il basso clero borbotta le
preghiere in modo incomprensibile? E pure  la pi colossale
accusa che viene rivolta alla nostra Chiesa, inventata dai
liberali, insieme all'altra che lo slavo ecclesiastico 
incomprensibile al popolo semplice (e i vecchi credenti?
Signore!). In compenso il pope davanti all'altare legge la
preghiera "O Dio, signore della mia vita" e in questa preghiera 
tutta la sostanza del cristianesimo, tutto il suo catechismo, ed
il popolo sa questa preghiera a memoria. Conosce anche a memoria
molte vite di santi, le racconta ed ascolta con devozione. Ma la
principale scuola di cristianesimo che egli ha fatto sono i secoli
di innumerevoli e sconfinate sofferenze da lui sopportate nella
sua storia, quando, abbandonato da tutti, calpestato da tutti, al
lavoro per tutti, rimaneva solo con Cristo-Consolatore, che egli
accoglieva allora nell'anima per i secoli e che per questo gli
salv l'anima dalla disperazione.
[...].
Sia pure nel nostro popolo la bestialit e il peccato, ecco quel
che in esso  indiscutibile: nella sua totalit esso per lo meno
(e non soltanto idealmente ma nella pi autentica realt) non ha
accettato mai e mai accetter e vorr accettare che il suo peccato
sia considerato verit! Esso peccher, ma dir sempre, prima o
poi: ho commesso un'ingiustizia. Se non lo dir il peccatore
stesso, lo dir un altro per lui e la verit sar stabilita. Il
peccato  fetore e il fetore passer quando il sole splender
pienamente. Il peccato  cosa passeggera, ma Cristo  eterno. Il
popolo peccher e si insozzer ogni giorno, ma nei momenti
migliori, nei momenti di Cristo, non sbaglier mai per quanto
riguarda la verit. Appunto questo  importante, in che cosa il
popolo creda come sua verit, in che cosa egli la veda, come se la
rappresenti, quale consideri come suo miglior desiderio, a che
cosa si sia affezionato, che cosa chieda a Dio, per che cosa
pianga nella sua preghiera. E l'ideale del popolo  Cristo. Ma con
Cristo, si capisce,  la cultura.
F. M. Dostoevskij, Diario di uno scrittore, Sansoni, Firenze,
1981, pagine 1284 e 1286-12876.
